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Salvatore Biazzo

Biazzo: il giornalista contemporaneo deve essere multimediale

"Dovrà essere filmmaker, usare le app e conoscere le piattaforme social"

Salvatore Biazzo, storico volto della Rai, dove ha lavorato per oltre trent’anni, ha vissuto l’evoluzione della Radio e della Televisione. Ha raccontato di cronaca e di sport, per radio e per televisione, spesso in diretta, dall’Italia e dall’estero, ha collaborato a Tutto il Calcio…, a 90° Minuto, alla Domenica Sportiva, al Processo di Biscardi, a Cronache Italiane, Tg1 Speciale, Tg2 Dossier, a Uno Mattina sin dalla sua fondazione. Co-fondatore e caporedattore di NeaPolis in cui per la prima volta fu utilizzato il virtual set. Ha scritto sei libri: Ultime voci dall’epicentro, romanzo inchiesta, Pironti Editore; Il Mio Napoli, per Rai-Eri; La Lingua Trasmessa, Ferraro Editori; Il dizionario del giornalista (che fa parte della collana scientifica dell’Università di Salerno, dove oggi è docente presso la scuola di giornalismo) e Come sopravvivere al concorso Rai.

L’ultimo libro, edito da Rai Eri e distribuito da Mondadori, s’intitola “Biagio Agnes, un giornalista al potere”. L’unica biografia autorizzata sul giornalista e manager della Rai. Biagio Agnes viene ancora oggi ricordato anche e soprattutto per una serie di innovazioni, a partire dal televideo, che hanno cambiato la TV. Di anni ne sono passati, com’è cambiata oggi l’informazione?
“Biagio Agnes per molti è stato l’inventore del giornalismo breve, quello che oggi si utilizza per l’informazione su internet. Lui era avanti anni luce e quando ha introdotto il Televideo ha introdotto al tempo stesso un modo nuovo di fare giornalismo e un nuovo tipo di linguaggio. Quello è stato un punto fondamentale per la svolta di questa professione, che racconta di come negli è cambiata l’informazione. La storia del giornalismo è ricca di forti accelerazioni. Nella metà del 1.400 iniziò quello che viene definito il giornalismo moderno: Gutenberg introdusse la stampa a caratteri mobili e fu il principio della comunicazione massa. Altre invenzioni, come il telefono e il telegrafo, hanno cambiato i modi di comunicazione. Basti pensare che verso la fine del 1.600 la notizia della morte di Dartagnan nella battaglia di Maastricht arrivò nel Granducato di Toscana con 20 giorni di ritardo e fu considerata una tempestività eccezionale, per capire come i mezzi e gli strumenti, che si sono susseguiti nei secoli, hanno inciso sull’accelerazione della comunicazione.
Internet, oggi, ha inciso perché ha preteso una comunicazione interpersonale, una comunicazione diversa e anche un giornalismo diverso. Prima l’informazione era di tipo verticale, dall’alto verso il basso; con l’avvento di internet e dei social network si è trasformata dapprima in informazione di tipo orizzontale e oggi possiamo dire che è addirittura di tipo circolare: dalla fonte al destinatario che la condivide con gli altri utenti, diventando egli stesso fonte di informazione. E gira così velocemente, che il ritardo nel ‘dare’ la notizia oggi è misurato nell’ordine di minuti”.

Carta stampata e Tv resisteranno ai nuovi media? Se sì dovranno aggiornarsi e come?
“Quando arrivò la Televisione nel 1954 tutti dissero che sarebbe stata la morte della Radio. Così non è stato, anzi i dati dicono che oggi la Radio fa ascolti notevoli e maggiori della Tv. Internet era stato accolto con lo stesso editto: ‘Sarà la morte della Tv’. Ma non è così. Se si guardano i dati, la Tv, ed in particolar modo quella generalista, mantiene la credibilità e gli ascolti. Resiste e resisterà perché trova interazione con la Rete. Unica differenza è il pubblico: i nativi digitali guardano Rai Play, un vero e proprio salto nel futuro che la Rai è riuscita a fare portando la Tv sugli smartphone; i migranti digitali, i quarantenni di oggi, continueranno a guardare la Televisione.
Quanto alla carta stampata, il discorso è diverso. A mio giudizio non morirà e questo lo dimostra anche il fatto che un colosso come Amazon abbia acquistato il New York Times. Non morirà, ma sopravviverà se riuscirà a trovare due cose: interazione con l’on-line (oggi gli utenti unici dei siti internet sono di gran lunga più numerosi di chi va in edicola a comprare il giornale); una nuova modalità di distribuzione dei quotidiani. Faccio un esempio: il mio ultimo lavoro, edito da Rai Eri e distribuito Mondadori, lo trovi dappertutto, perché la rete di distribuzione Mondadori arriva ovunque. Mentre gli editori dei giornali, soprattutto quelli medio-piccoli, non riescono ad avere la stessa visibilità perché si usano vecchi sistemi di distribuzione.
Ad ogni modo va dipanato un nodo: libertà di informazione o informazione come bene e quindi a pagamento? Mi spiego: se l’informazione la consideriamo elemento di libertà, allora deve essere gratuita; se, invece, la intendiamo come un bene, questa va pagata. Non a caso i grandi editori prevedono abbonamenti on line per poter fruire di talune notizie o di approfondimenti. Sull’altro piatto della bilancia, però, ci sono milioni di siti che danno informazione gratuita…”

I social network aiutano l’informazione o la distruggono?
“Anche qui è da fare un distinguo. Il social risponde ad una esigenza diversa: non solo circolarità della comunicazione, ma anche bisogno individuale di essere presenti, indipendentemente da quello che si comunica. Ora se guardiamo Facebook ci troviamo di fronte ad un social popolare e prosaico, dove i post pubblicati ti danno un tipo di risposta, positiva o negativa, e quando è negativa viene enfatizzata con un linguaggio prosaico, appunto. Inoltre c’è il problema delle bufale che si sta affrontando proprio in questi giorni, con l’intervento dell’AGCOM per fermare il proliferare di notizie false. Twitter, invece, è una piattaforma completamente diversa. Più autorevole, un po’ modello agenzia, cosa che non è Facebook, che spesso manca di attendibilità. Quindi se ci sono piattaforme che consentono di fare filtro in Rete, i social possono aiutare l’informazione, diversamente ci ritroviamo tutti in una grande piazza mediatica dove si urlano, purtroppo spesso, delle sciocchezze”.

Quanto è importante la formazione per intraprende il percorso di giornalista in un’era che non è fatta più dell’odore di giornali appena stampati e delle mani sporche d’inchiostro ancora fresco?
“L’idea romantica del giornalista con la macchina da scrivere, la sigaretta, che trascorre le notti in attesa dell’ultima notizia, oggi appartiene alla letteratura. Il giornalista contemporaneo è multimediale: deve essere capace di muoversi utilizzando tutti gli strumenti a disposizione. L’orientamento dell’Ordine dei Giornalisti va in una direzione precisa: per essere giornalista occorrerà la laurea e l’accesso alla professione si otterrà attraverso scuole di formazione di giornalismo e con il praticantato. Ma i giornalisti di domani dovranno essere capaci di saper far tutto: dovranno essere filmmaker, quindi fare riprese e montarle; dovranno essere in grado di utilizzare le app su smartphone e tablet; dovranno ovviamente sapere come funziona il meccanismo di un giornale. Per certi versi il giornalista di domani sarà come il medico condotto di una volta: saper far tutto e bene, ma soprattutto dovrà saper utilizzare tutte le nuove tecnologie”.

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